* RAMANA MAHARSHI *

(1879 – 1950)

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RAMANA MAHARSHI BIOGRAFIA

Bhagavan, alla nascita, nel 1879, ricevette in nome di Venkateswaram Ayyar, che corrispondeva al nome della divinità della loro famiglia, Sri Venkateswara of Tirumala. In seguito, quando si iscrisse a scuola, il nome fu cambiato in Venkataraman. Bhagavan fu chiamato Ramana, o talvolta anche Ramani da un anziano parente di nome Lakshaman Ayyar, che era erudito in Telugu. Bhagavan, da ragazzo, imparò un po’ di Telugu e conversava in tale lingua con questo parente. Di conseguenza, cominciò a chiamare su padre Nayana, l’equivalente Telugu per ‘Papà’.

Ramana crebbe come un ragazzo assolutamente normale. Fu mandato a una scuola elementare a Tirucculi, e quindi per un anno in una scuola a Dindigul. Quando ebbe compiuto dodici anni, suo padre morì. Di conseguenza dovette trasferirsi a Madurai con la famiglia, e vivere con lo zio paterno Subbaiyar. Qui fu mandato alla Scott’s Middle School e poi alla American Mission High School. Era uno studente mediocre, molto poco impegnato nei suoi studi. Ma era forte e pieno di salute.

Un giorno (all’età di diciassette anni) stava sedendo al primo piano nella casa di suo zio. Si sentiva bene, come suo solito. Non c’era niente di strano riguardo alla sua salute. Ma, improvvisamente, venne afferrato da un’inesplicabile paura della morte. Si sentì come se stesse per morire. Perché avesse questa sensazione non lo sapeva. La sensazione della morte imminente, comunque, non lo innervosì. Con calma pensò a cosa avrebbe dovuto fare. Si disse: “Adesso, è arrivata la morte. Cosa significa? Cosa è che sta morendo? Il corpo muore.” Subito dopo si sdraiò allungando le sue membra e tenendole irrigidite come per il rigor mortis. Trattenne il respiro e serrò con forza le labbra, così che all’apparenza il corpo sembrasse un cadavere. Ora, cosa sarebbe accaduto? Pensò: “Bene, questo corpo è morto. Sarà portato via al campo di cremazione, verrà bruciato e ridotto in cenere. Ma con la morte di questo corpo, sono morto anch’io? Il corpo è ‘Io’? Questo corpo è silenzioso e inerte. Ma io sento la piena forza della mia personalità e anche la voce dell’ ‘Io’ dentro di me, separata da esso. Così io sono lo Spirito che trascende il corpo. Il corpo muore, ma lo Spirito che trascende il corpo non può essere toccato dalla morte. Questo significa che io sono lo Spirito immortale.” “Tutto questo non fu un semplice pensiero; balenò in me vividamente come una Verità che percepivo direttamente… Da quel momento in poi, l’ ‘Io’ o ‘Sé’ focalizzò l’attenzione su se stesso con un potente fascino. La paura della morte era svanita una volta per sempre. L’Assorbimento nel Sé continuò ininterrotto da allora in poi.” (N.d.T.: Molti anni dopo, un devoto gli chiese se nella sua Realizzazione c’era stato un cambiamento. Il Maharshi rispose: “No. Se c’è un cambiamento, non è Realizzazione”.)

Si notò un completo cambiamento nella vita di questo ragazzo. Le cose che aveva stimato in precedenza, persero adesso il loro valore. I valori spirituali che aveva ignorato fino ad allora divennero il suo unico oggetto di attenzione.

Vide che non aveva alcun senso di fingere di studiare e di essere il suo vecchio sé. Decise di andar via da casa; e ricordò che c’era un posto in cui andare, Tiruvannamalai.

Il resto della vita di Ramana fu passato a Tiruvannamalai.

Quando le persone andavano da lui con le loro storie, lui rideva con loro, e a volte piangeva con quelli che erano afflitti. In questo modo, sembrava rispecchiare le emozioni degli altri. Bhagavan non alzava mai la sua voce e se occasionalmente sembrava arrabbiato, non ce ne era segno sulla superficie della sua pace. Se gli si parlava subito dopo, rispondeva con grande calma e tranquillità. Non toccava mai soldi, non perché li odiasse -sapeva che erano necessari per la vita quotidiana- bensì perché non ne ebbe mai bisogno e non ne era interessato.

Lo spirito di equità e non-aggressività che permeava il saggio (N.d.T.:la parola più giusta sarebbe il termine sanscrito samathva: il considerare e trattare tutte le creature allo stesso modo) e l’ambiente intorno a lui, fece sì che anche gli animali e gli uccelli gli fossero amici. Lui mostrava loro la stessa considerazione che mostrava agli esseri umani quando andavano da lui. Quando si riferiva a qualcuno di loro, usava sempre la forma ‘lui’ o ‘lei’, e mai ‘esso’. Uccelli e scoiattoli costruivano i loro nidi intorno a lui. Mucche, cani e scimmie trovarono asilo nell’ashram. Tutti loro si comportavano in modo intelligente, specialmente la mucca Lakshmi. Lui conosceva i loro comportamenti abbastanza bene. Si preoccupava che venisse dato loro da mangiare in modo appropriato. E, quando qualcuno di loro moriva, il corpo veniva sepolto con una piccola cerimonia.

La vita nell’ashram scorreva tranquillamente. Con il passare del tempo vennero sempre più visitatori, alcuni per brevi, altri per lunghi periodi. Le dimensioni dell’ashram si accrebbero, e nuove piccole costruzioni vennero aggiunte: una stalla, una scuola per lo studio dei Veda, un centro per la pubblicazione, il tempio della Madre, ecc.

Ramana sedeva la maggior parte del tempo nella Sala, come testimone di tutto quello che accadeva intorno a lui.

Non permetteva mai che gli venisse mostrata qualsiasi preferenza, e nella sala del pranzo era inflessibile su questo punto. Se qualcuno gli portava qualche speciale medicina o tonico, lo faceva dividere con tutti gli altri. “Se va bene per me, allora deve andare bene anche per gli altri,” diceva e lo faceva distribuire a tutti.

Il 5 Febbraio 1949, ebbe inizio la tragedia della malattia finale. Bhagavan si sfregava frequentemente il gomito sinistro, che aveva una qualche irritazione. Il suo attendente lo guardò attentamente per capire il problema e trovò una piccola ciste della grandezza di un pisello. Il dottore decise che era una cosa di poca importanza e decise di asportarla con un’anestesia locale; l’operazione venne svolta nella stanza da bagno. La cortina sull’ultimo atto stava per scendere. La ciste si rivelò un sarcoma maligno.

Ramana era abbastanza distaccato, e del tutto indifferente alla sua sofferenza. Sedeva come uno spettatore che guardava la malattia che distruggeva il corpo. Ma i suoi occhi brillavano luminosi come non mai e la sua Grazia scorreva verso tutti gli esseri. Le folle arrivarono in gran numero. Ramana insistè che a tutti dovesse essere concesso di vederlo (di avere cioè il suo darshan). I devoti desideravano profondamente che il saggio curasse il suo corpo con l’esercizio dei poteri sovrannaturali. Ramana aveva molta comprensione per coloro che si addoloravano per la sua sofferenza, e cercava di confortarli ricordando loro la verità che Bhagavan non era il corpo: “Loro scambiano questo corpo per Bhagavan e attribuiscono a lui la sofferenza. Che peccato! Sono abbattuti perché credono che Bhagavan stia per lasciarli e per andar via – ma dove potrebbe andare, e come?”

La fine arrivò il 14 Aprile 1950. Quella sera il saggio diede il darshan ai devoti che erano venuti. Tutti quelli presenti nell’ashram sapevano che la fine era vicina. Sedevano cantando l’inno di Ramana ad Arunachala con il ritornello Arunachala-Siva. Il saggio chiese ai suoi attendenti di aiutarlo a mettersi seduto. Aprì i suoi occhi luminosi per un po’; ci fu un sorriso; una lacrima di beatitudine scese dall’angolo esterno dei suoi occhi; e alle 20.47 il respiro si fermò. Non ci furono convulsioni, né spasmi, nessun segno di morte.

In quel momento una cometa (una cometa che fu vista in tutta l’India) attraversò lentamente il cielo, raggiunse la sommità della collina sacra, Arunachala, e scomparve dietro di essa.

(tratto da T. M. P. Mahadevan e da altre fonti sul Web)

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