* ROBERTO ASSAGIOLI *

(1888 – 1974)

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Il ricercatore spirituale che si avvicina alla psicosintesi trova in questa corrente psicologica il soddisfacimento di un bisogno: quello di vedere espresse e proposte, in un linguaggio scientifico, le Leggi, le “Verità” ed i metodi che erano sempre appartenuti soltanto all’ambito esoterico e mistico. Il grande merito di Assagioli è, infatti, quello di aver cercato, e spesso trovato, una sintesi viva e creativa dei vari contenuti di correnti diverse, in taluni casi decodificando e traducendo nel linguaggio della psicologia concetti e teorie che si è soliti riservare al campo della religione e della filosofia.

Ha arricchito e completato, in questo modo, l’immagine dell’uomo, che viene delineandosi da un approccio olistico e pluridimensionale. Tutto ciò ha rappresentato una vera e propria “missione”, che Assagioli portava avanti, un servizio all’umanità, un compito assegnatogli dai Maestri. “Una grande anima tornata qui per insegnare”, con queste parole Amedeo Rotondi, scrittore e titolare della nota libreria esoterica di Roma, definisce Roberto Assagioli in un’intervista rilasciata a Paola Giovetti.

LA VITA

Roberto Assagioli, che in realtà si chiamava Roberto Marco Grego, perse il padre all’età di due anni (nel 1890) e assunse poi il cognome del genitore adottivo, il medico Emanuele Assagioli, dal quale fu molto amato e aiutato. Fu infatti grazie alle buone risorse economiche paterne che Assagioli studiò nelle più importanti sedi culturali e scientifiche (prese la maturità al Liceo Foscarini di Venezia, sua città natale; a Firenze si laureò giovanissimo in medicina e si specializzò in psichiatria), e viaggiò molto, incontrando vari personaggi rappresentativi della sua epoca. Oltre ad essere un medico, era anche e soprattutto un umanista, un uomo di ampie vedute e di cultura vastissima, un ricercatore, uno studioso che aveva contatti con personalità eminenti dei vari campi della cultura, dell’arte, della filosofia, della religione.

Basti pensare ai suoi incontri con Einstein, col poeta Tagore, lo scrittore James Joyce, il maestro zen Suzuki, il Lama Govinda, e alla lunga collaborazione con Papini e Prezzolini. Già da giovanissimo, parlava correntemente l’inglese e il francese, poi apprese anche il tedesco. Si interessò alla filosofia orientale, alla mistica cristiana, alla teosofia, nella quale militò a lungo; percorse un iter iniziatico (firmava i suoi scritti esoterici col nome “Considerator”).

Scambiò teorie e punti di vista con i maggiori esponenti della psicologia del suo tempo: Freud, Jung, Buber, Keyserling, Maslow, Claparde, Flournoy. Collaborò con Jung e fu considerato dallo stesso Freud un promettente divulgatore della psicoanalisi in Italia. Tuttavia, dopo un primo interesse, il giovane Assagioli ben presto prese le distanze dal movimento psicoanalitico e, con il tempo, elaborò un suo metodo psicoterapico, incentrato sull’esigenza di creare un’unificazione, un ordine interno, una sintesi che elevi al di sopra dei conflitti che hanno origine dalle differenti tendenze in noi.

LA PSICOSINTESI

“Una delle maggiori cecità, delle illusioni più nocive e pericolose che ci impediscono di essere quali potremmo essere, di raggiungere l’alta meta a cui siamo destinati, è di pretendere di essere, per così dire “tutti d’un pezzo”, di possedere cioè una personalità ben definita”. Con queste parole Assagioli introduce il suo discorso – nel suo libro più divulgativo, “Psicosintesi, armonia della Vita” aggiungendo poco più in là che “L’unità (della personalità) è possibile. Ma rendiamoci ben conto che essa non è un punto di partenza, non è un dono gratuito: è una conquista, è l’alto premio di una lunga opera: opera faticosa ma magnifica, varia, affascinante, feconda per noi e per gli altri, ancor prima di essere ultimata.”

Sappiamo che le fonti storico-culturali e i rimandi teoretici della psicosintesi sono molteplici: la medicina psicosomatica (interazione mente-corpo), la psicologia del profondo (quella junghiana in particolare), la psicologia esistenziale e l’antropoanalisi, la psicologia umanistica (della quale Assagioli è stato un precursore), la psicologia della religione (soprattutto lo studio degli stati mistici e delle esperienze dirette), la psicologia e la filosofia orientali (in particolare l’Abhidamma), la psicologia transpersonale (anche qui la psicosintesi si pone come avanguardia), l’indagine del supercosciente, la parapsicologia, la filosofia esoterica e la teosofia, il “Nuovo Pensiero” americano, la Scienza e l’Arte superiori.

La lista potrebbe continuare, tuttavia tali fonti alla base del pensiero assagioliano si possono a mio avviso compendiare nel riferimento alla filosofia e psicologia perenni, all’indagine clinica, personale e di altri ricercatori, all’autosperimentazione.

L’UOMO

Chi ha conosciuto Roberto Assagioli lo descrive come una figura eccezionale, una persona spiritualmente molto evoluta, un Maestro, dotato di semplicità e di volontà, di saggezza e di infinito rispetto dell’essere, a tutti i livelli, di senso dell’umorismo e di disponibilità a parlare di tutto senza far pesare la sua cultura, di eccezionale equilibrio e di quella profonda bontà che lo portava a non giudicare mai. Gioia e serenità sono le qualità che più di ogni altra vengono attribuite ad Assagioli dalle persone che lo hanno frequentato a lungo.

La sua lunga vita (morì a 86 anni, nel 1974) non fu facile e priva di dolore, anche se il suo modo di affrontare la sofferenza è testimonianza concreta del suo insegnamento: il raggiungimento di quella disidentificazione che porta ad elevarsi al di sopra delle emozioni. Due furono i momenti particolarmente duri nella sua vita: la persecuzione e l’imprigionamento come ebreo e pacifista e la morte del figlio Ilario all’età di 28 anni. Dal primo evento, un mese di carcere, scaturi il breve scritto “Libertà in prigione”, di cui riporto il seguente brano: “Mi resi conto che ero libero di assumere un atteggiamento o un altro nei confronti della situazione, di darle un valore o un altro, di utilizzarla o meno in un senso o nell’altro. Potevo ribellarmi, oppure sottomettermi passivamente, vegetando; oppure potevo indulgere nel piacere dell’autocommiserazione e assumere il ruolo di martire oppure, potevo prendere la situazione in maniera sportiva e con senso dell’humor, considerandola come una nuova e interessante esperienza. Potevo farne un periodo di cura, di riposo, o di pensiero intenso su questioni personali, riflettendo sulla mia vita passata o su problemi scientifici e filosofici; oppure potevo approfittare della situazione per sottopormi a un training delle facoltà psicologiche e fare esperimenti psicologici su me stesso; o, infine, come un ritiro spirituale. Compresi che dipendeva solo da me capire che ero libero di scegliere una o più di queste attività o atteggiamenti; che questa scelta avrebbe avuto effetti precisi e inevitabili, che potevo prevedere e dei quali ero pienamente responsabile. Nella mia mente non c’era dubbio alcuno circa questa libertà essenziale….”.

In queste parole sono racchiusi alcuni dei più importanti punti focali della prassi psicosintetica: la disidentificazione ed auto-identificazione, la volontà e l’accettazione. Esiste un grande principio della vita psichica, secondo il quale noi siamo dominati da qualunque cosa con cui il nostro io si identifica, mentre possiamo dominare, dirigere e utilizzare tutto ciò da cui ci disidentifichiamo. In questo principio sta il segreto della nostra schiavitù e della nostra libertà.

IL SÈ TRANSPERSONALE

Se la struttura e la dinamica della personalità, in psicosintesi; si presentano con caratteri innovativi, ciò che è veramente rivoluzionario è il modello di sviluppo dell’uomo, che prevede un percorso dall’autoconoscenza alla trasformazione di sè, attraverso gli stadi dell’accettazione e dell’autodominio. Si tratta di un percorso dalla molteplicità all’unità, durante il quale si avvicendano, alla guida della personalità, dapprima strutture parziali denominate subpersonalità, poi l’io personale (che mette in azione la volontà personale: forte, saggia e buona), infine il Sè (e la volontà transpersonale).

Siamo cosi giunti a parlare del Sè transpersonale (termine più “scientifico” per designare lo Spirito). La psicosintesi è stata la prima psicologia occidentale ad affermare ed includere nel proprio corpo dottrinario la realtà dello Spirito. Il Sè, la sua affermazione, il riferimento ad esso, è veramente il cardine di tutto il sistema psicosintetico e ne designa il processo evolutivo. La psicosintesi distingue in maniera chiara tra realizzazione di sè (meta comune a tutte le psicologie umanistiche), e realizzazione del Sè. Importante è il contributo di Assagioli, in campo psicopatologico e psichiatrico, sui disturbi psichici causati dalla “realizzazione del Sé”.

Assagioli ha messo a punto più di quaranta tecniche ed esercizi volti a favorire la psicosintesi personale e la psicosintesi transpersonale. Per il primo traguardo voglio qui ricordare (a parte le iniziali tecniche di tipo psicoanalitico): l’autobiografia e il diario, il rispondere a determinati questionari, l’inventario della propria personalità, l’accettazione, la biblioterapia (intesa come sana alimentazione psicologica), la catarsi, l’analisi critica, la disidentificazione, la musicoterapia, la cromoterapia; l’attivazione e l’uso della volontà, la tecnica della semantica (il potere nascosto e antico delle parole), il modello ideale, la trasformazione delle energie (soprattutto di quelle aggressive e sessuali).

Per la seconda meta, la psicosintesi transpersonale, Assagioli ha proposto: le tecniche meditative (in particolare la meditazione riflessiva, quella recettiva e quella creativa), lo sviluppo dell’intuizione, l’esercizio basato sulla Divina Commedia di Dante, l’esercizio sulla leggenda del Graal, l’esercizio della montagna, quello dello sbocciare di una rosa ed altri ancora. Di quest’ultimo, a conclusione di queste mie note, mi piace approfondire il significato.

Il fiore è stato usato come simbolo dell’Anima e del risveglio spirituale, sia nelle tradizioni orientali che in quelle dell’Occidente. In India si utilizza soprattutto il simbolo del Loto, che corrisponde in qualche modo alla nostra Ninfea: ha radici nel limo, il suo stelo è nell’acqua, mentre il fiore si apre nell’aria sotto i raggi del sole. In Persia e in Europa è stata usata per lo più la Rosa. Di solito viene proposta l’immagine del fiore già aperto, come simbolo dello Spirito, e la sua visualizzazione ha un forte potere evocatore. Ma ancora più efficace si è dimostrato l’uso dinamico del simbolo, cioè la visualizzazione dello sviluppo dal bocciolo chiuso fino al fiore completamente aperto. Il simbolo dello “sviluppo” corrisponde a una realtà profonda, ad una Legge fondamentale della vita che si manifesta tanto nei processi della natura, quanto in quelli dell’animo umano. Il nostro Essere spirituale, il Sè, che è la parte essenziale e più reale di noi, è, di solito, celato, chiuso, “avviluppato”: anzitutto dal corpo con le sue sensazioni; poi dalle molteplici emozioni e impulsi (paure, dubbi, desideri, attrazioni e repulsioni, etc.) e dalla attività mentale inquieta e tumultuosa. È necessario togliere o “allargare” questi viluppi, affinché si riveli il Centro Spirituale.

Daniele De Paolis

Fonte: http://www.molisepsicologia.it/psicologia%20-%20assagioli%20il%20padre%20della%20psicosintesi.htm

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