* ROBERTO SETTI *

(1930 – 1984)

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ROBERTO SETTI BIOGRAFIA

Quando Roberto nacque – il 7 novembre 1930 – io avevo quasi undici anni, mio fratello Ruggero ne aveva appena compiuti nove. Fu molto amato da noi fratelli, dalla mamma e dal babbo: via via che cresceva, così aggraziato, mite e timido, si faceva amare da chiunque lo avvicinasse. La sua è stata un’infanzia normale e abbastanza tranquilla, almeno fino a dieci anni. Non eravamo ricchi, ma la nostra casa era dignitosa e comoda e la mam­ma la teneva sempre ordinata e pulita. Il babbo stava via tutto il giorno, un po’ per il suo lavoro, un po’ perché amava più stare con gli amici che con la sua famiglia.  Solo da grandi ci siamo accorti che questo faceva soffrire molto la mamma, ma a noi ragazzi bastavano il suo amore, il suo equilibrio, le sue cure e non ci accorgevamo della poca assiduità del babbo.

Ricordo certi pomeriggi quando la mamma si sedeva vicino alla finestra con la scatola del lavoro e il bucato da riguardare e noi tutti e tre intorno a lei. Io leggevo ad alta voce il libro “Cuore”, “Il piccolo Lord”, “Senza famiglia”, “Il giardino segreto”, “Gian burrasca” e le novelle di Perrault e dei Fratelli Grimm. Roberto si commuoveva molto alle storie tristi e se il finale non era lieto, dovevano inventarlo lieto per lui.

Era un bambino molto intelligente: aveva imparato a parlare molto prima degli altri bambini della sua età. An­dava d’accordo con tutti i bambini del vicinato che venivano spesso a giocare con lui nel giardino della nostra casa. Il rione di S. Jacopino, dove noi vivevamo, era allora una periferia tranquilla: le strade sembravano più larghe senza le auto in sosta e al posto delle file di alti caseggiati di adesso, vi erano delle villette a un piano con il giardino intorno.

C’erano ancora diverse case coloniche con i campi e gli orti che confinavano con l’argine del torrente Mugnone: i contadini permettevano ai bambini del vicinato di giocare nei loro spiazzi erbosi, purché non toccassero le viti e gli alberi da frutto. Nelle sere d’estate, per le strade e nei giardini, volteggiavano centinaia di lucciole: io e Ruggero ne prendevamo qualcuna e la mettevamo sotto un bicchiere per Roberto, che era affascinato dalla misteriosa luminosità di quei piccoli insetti.

Quando iniziò ad andare alle scuole elementari, io lo accompagnavo alla scuola Rossini; gli riguardavo i compiti, ma lui era molto bravo e ha sempre saputo cavarsela da solo.

Gli piaceva molto il cinema: quanti bei film abbiamo visto insieme: “Capitani coraggiosi”, “Le avventure di Tom Sawyer”, “Biancaneve ed i sette nani”, “David Copperfield”, “Oliver Twist”.

Anche quando mi fidanzai, a 19 anni, Roberto veniva fuori con me perchè allora non si usava che i fidanzati uscissero soli.

Il mio matrimonio coincise con l’inizio della guerra, ed io partii con mio marito che era stato assegnato al Comando in Capo della Marina a Taranto.

Mio fratello Ruggero si sposò nel 1941 e partì subito per la guerra come pilota aviatore. Così per parecchio tempo siamo stati lontani da Firenze e Roberto rimase solo col babbo e con la mamma. Ho saputo dopo che soffrì molto per questo distacco, anche perché – ora che noi più grandi ce ne eravamo andati – certe intemperanze del carattere di mio padre si erano fatte più evidenti. La mamma era triste e trepidante per Ruggero sempre in pericolo sull’aereo. La mia giovane cognata Franca viveva con i suoi genitori.

Ma anche la guerra finì e ci ritenevamo fortunati di ritrovarci tutti per ricominciare la vita normale. Ruggero e mio marito, che non avevano aderito alla Repubblica di Salò, si erano iscritti al “Partito d’Azione” e specialmente Ruggero s’impegno’ subito politicamente. Ricordo che nella primavera del 1946 era occupatissimo nei preparativi delle prime elezioni che dovevano decidere della Repubblica o della Monarchia. Mio marito aveva ricominciato a lavorare come geometra all’Enel (allora Soc. Elettrica del Valdarno); mio figlio Gilberto aveva quattro anni; la figlia di Ruggero, Gabriella, due anni. Spesso ci riunivamo tutti insieme e il nostro Roberto era molto fiero di esse­re zio fin da quando aveva undici anni. 

A scuola continuava ad andare molto bene: il suo hobby era costruire piccoli apparecchi radio a galena.

Il 2 aprile 1946, la tragica morte di Ruggero: non aveva ancora venticinque anni, era sano, allegro, bello, pieno di speranze per il futuro. Per noi tutti – che ci ritenevamo fortunati di non averlo perso in guerra – fu un colpo terribile. Sua moglie Franca aveva solo ventidue an­ni: tutti eravamo inconsolabili, ma quella che non si dava pace era la mia mamma.

Cominciò a pensare che forse Ruggero avrebbe voluto parlarci, che non era possibile non sapere più niente di lui, non era possibile che tutte le sue energie, il suo coraggio, la sua gioia di vivere, se ne fossero spariti in un attimo nel nulla.

La mamma ricordava l’esperienza di una nostra zia, che anni prima era entrata in contatto con una medium di Bologna con risultati piuttosto incoraggianti, dai quali aveva tratto la convinzione che esiste la possibilità di comu­nicare con una dimensione diversa.

Noi tutti, cioè io, mio marito, mio padre, mia cognata, cercavamo di dissuaderla: non ci eravamo mai occupati di simili cose. Direi che ne avevamo un senso di diffidenza e non ci interessavano né gli oroscopi, ne’ la lettura delle carte, né la radioestesia. “E poi – dicevamo alla mamma – per avere queste comunicazioni ci vuole un medium”. E la mamma: “Qualcuno fra noi potrebbe esserlo”.

Nel pomeriggio del 28 maggio 1946, in casa dei miei genitori presente la zia che aveva avute quelle esperienze, decidemmo di accontentare la mamma, convinti che di fronte all’esito negativo di questo esperimento si sarebbe calmata. Istruiti dalla zia sulle modalità delle sedute, in pieno giorno, ci sedemmo intorno ad un tavolino piuttosto basso. Eravamo in sette, facemmo la catena tenendo la punta delle dita sul piano del tavolo. Dopo pochi minuti il tavolo si alzò e ondeggiò fra noi, battendo dei colpi: l’emozione fu enorme. Ricordo benissimo che Roberto, allora quindicenne, diventò molto pallido e noi, un po’ preoccupati, decidemmo di smettere subito.

Nel 1805 Schopenhauer inizia il tirocinio commerciale presso la ditta Jenisch di Amburgo. Il 20 aprile il padre muore per un grave incidente: viene ventilata l’ipotesi d’un suicidio, ufficialmente per questioni economiche, ma molto più probabilmente a causa dell’insofferenza da parte della moglie, cosa che il filosofo, anche in futuro, non le perdonerà mai. L’anno seguente, la vedova Schopenhauer si trasferisce a Weimar con la figlia Adele dove, grazie alle sue qualità e al suo fascino, riesce a guadagnare l’amicizia e la frequentazione del suo salotto da parte di personaggi importanti, primo fra tutti Goethe, ma anche i due fratelli Wilhelm e Friedrich Schlegel e Wieland. Arthur intanto è rimasto ad Amburgo a curare gli interessi dell’attività del defunto padre: è combattuto tra l’impegno promesso al padre di proseguire la carriera commerciale e la sua inclinazione umanistica. Non trascura quest’ultima: legge Wackenroder e Sulzer.

La sera, a casa mia, raccontai tutto a mio marito: ma egli era scettico, pensava che ci fossimo tutti suggestionati e propose di riprovare a casa nostra, ma senza Roberto che era troppo giovane per simili emozioni.

Un pomeriggio mandammo Roberto e mio figlio Gilberto al cinema e riprovammo l’esperimento con le stesse persone presenti la prima volta. Ma non successe niente, il tavolo non si mosse né si sollevò di un centimetro.

Mio marito sperava che di fronte a questo esito ne­gativo ci fossimo tolte queste idee dalla testa: ma ora anch’io ero interessata. Ero sicura che il tavolo si era mos­so e sollevato tanto da non poterlo più seguire con le braccia in alto: poi era ripiombato in terra battendo dei colpi, ripetutamente.

Così, quando anche Roberto insisté per provare un’altra volta e disse che lui non si era per niente spaventato alla prima esperienza, anche mio marito fu consenziente. Con Roberto in catena il tavolo si sollevò come la prima volta e quando domandammo chi era il medium, con i colpi il tavolo compitò: “Roberto”.

Iniziò così l’estrinsecazione della sua medianità: per poco tempo con il tavolo, poi passò alle comunicazioni per scrittura automatica. Cioè Roberto sentiva il braccio e la mano destra come autonomi dalla sua volontà e scri­veva con varie grafie, ad occhi chiusi. Ruggero ebbe veramente delle cose da comunicare alla sua giovane moglie, a noi tutti. Ci indicò dove teneva un suo diario, citò e terminò l’ultima frase del diario stesso. Per un po’ di tempo comunicò con noi, insieme ad altre entità legate ai presenti alle sedute da vincoli di parentela o di affetto che si presentavano con la grafia di quando erano sul piano fisico.

Verso la fine del 1947, Roberto ebbe la sua prima trance ad incorporazione, anche quella inaspettata: eravamo riuniti intorno ad un tavolo per una delle consuete serate tra noi amici, quando Roberto scrisse medianicamente, con una grafia sconosciuta, che dovevamo concentrare la nostra attenzione su un oggetto che si trovava in mezzo al tavolo. Noi credevamo si trattasse di un espe­rimento di telecinesi e non toglievamo gli occhi dall’oggetto indicato. Ad un tratto Roberto parve addormentarsi e iniziò a parlare con voci diverse dalla sua.

Da allora fu un crescendo di esperienze: le entità legate a noi da vincoli di affetto si presentavano sempre in minor numero, sostituite da entità sconosciute che ci parlavano in modo dolce e suadente, in un linguaggio perfetto anche nella forma. Ci insegnavano tante cose e ci spiegarono anche che, una volta raggiunta la certezza interiore che i nostri cari trapassati esistono ancora – seppure in un piano di esistenza diverso – è giusto che essi si svincolino del tutto dai piani più grossolani e proseguano le loro riflessioni sulle esperienze fatte nella vita terrena.

Ora ci riunivamo per ascoltare gli insegnamenti, con una certa curiosità di sapere chi fossero le entità sconosciute che si presentavano, o per lo meno avere notizie sulle personalità che esse avevano rivestito sul piano fisico. Ma su questo non hanno mai detto niente, affermando che non ha importanza da chi viene l’insegnamento, ma ha importanza solo il fatto che esso trovi una risonanza in noi, che sappia suscitare i nostri sentimenti migliori, che dia serenità, che sia consono alla nostra logica. Lo stesso Kempis ci ha sempre detto di non identificarlo con Tommaso da Kempis.

Nel frattempo avevamo letto i libri di Kardec e di Leon Denis e ci eravamo documentati su ciò che era stato scritto sullo spiritismo, anche perché io e mio marito sentivamo in pieno la responsabilità di proteggere e guidare Roberto, ora diciassettenne. Fummo rassicurati da un’entità che si presentò come la Guida di Roberto, con il nome Dali (non Dalì come spesso sentiamo pronunciare), dalla voce dolcissima e rassicurante e che si annunciava sempre con un intenso profumo di violette.

Dopo i profumi, avvennero i primi apporti – piccoli oggetti che si sentivano cadere anche a luce accesa o in pieno giorno – le luminosità, la levitazione di Roberto: ho il ricordo chiaro di una volta che Roberto fu sollevato con la poltrona su cui sedeva e collocato su un tavolo che si trovava nella sala di riunione.

A diciotto anni Roberto si diplomò geometra e nacque subito il problema di cercarsi un lavoro: mio padre, per certe sue sbagliate iniziative, aveva dovuto cedere la sua attività ad un socio e il denaro scarseggiava. Alcuni medium a pagamento chiesero a Roberto di “collaborare” con loro, naturalmente dietro compenso. Altre persone si dichiararono disposte a pagare profumatamente pur di assistere ad una seduta: ma Roberto rifiutò sempre, categoricamente, di ricavare il minimo vantaggio economico da questa sua prodigiosa medianità. E così è stato per tutti questi trentasette anni!

Fino a che Roberto non ebbe ventuno anni, io o mio marito fummo sempre presenti alle sue sedute, che si svolgevano nella nostra casa di via delle Ruote. Poi, dal 1952, si sono svolte anche in case di amici intimi: Roberto era ben protetto dal suo Spirito Guida, che di volta in volta indicava la data in cui poteva svolgersi la prossima seduta. Dico “poteva” perché Roberto è stato sempre lasciato libero di rendersi disponibile o no. Non potevamo però essere noi a decidere di tenere una seduta, poiché se ci riunivamo in una data diversa da quella indicata dalla Guida, non avveniva niente.

Nel 1952 cominciammo a conoscere l’uso del magnetofono: così potemmo registrare gli insegnamenti e poi trascriverli, distribuendoci tra noi i dattiloscritti per leggere e meditare i messaggi. Fino ad allora erano state le entità stesse a ritrascrivere – con la scrittura automatica – tutti i messaggi orali che ci venivano dati. L’amica Wanda Carboncini li dattilografava e li distribuiva a noi. Il magnetofono evitava a Roberto la fatica di rendersi disponibile per la scrittura automatica.

Da quando Roberto aveva trovato un modesto impiego presso un’impresa edile, la sua vita si svolgeva tra lavoro, casa, incontri con gli amici del gruppo e incontri con gli amici della sua età. Era sereno, allegro, ma non desiderava essere conosciuto come medium da persone estranee al ristretto gruppo di ascolto. La sua vita di medium era completamente distinta dalla sua vita di uomo: egli ha sempre dichiarato di non avere mai avuto particolari intuizioni o sensazioni o altri fenomeni e di non aver mai provato senso di antipatia verso qualche persona. E sempre stato molto gentile e tollerante con tutti. Egli stesso leggeva con molta curiosità e interesse tutte le cose che per mezzo suo ci venivano comunicate.

I concetti che ci venivano prospettati, sulla reincarnazione, sulla legge di causa ed effetto, sull’evoluzione della coscienza, sulla costituzione dei vari piani di esistenza, erano a noi completamente sconosciuti. Il numero dei partecipanti alle sedute, pur essendo aumentato rispetto ai primi anni, non andava oltre le venticinque persone. Perciò ci conoscevamo tutti abbastanza intimamente e posso dire che le nozioni dei nostri amici su questi argomenti non erano molto più vaste di quelle di noi familiari.

Solo molto più tardi conoscemmo i libri della teosofia e grande fu la nostra gioia nel constatare che quello che sapevamo dalle nostre Guide corrispondeva in pieno a ciò che quei libri divulgavano. Ma il fatto che queste verità erano già state divulgate dalla teosofia o da altre discipline, non diminuisce l’importanza che le comunicazioni medianiche hanno avuto per noi. Infatti, se non fossero avvenute, noi non ci saremmo mai interessati di quegli argomenti che aprono uno spiraglio sull’esistenza di una diversa realtà.

Eravamo tiepidamente religiosi, perché certi dogmi del cattolicesimo non ci appagavano, perché certe nostre domande non avevano trovato risposte soddisfacenti. Ora invece tutto ci era più chiaro e nella spiegazione di certi “perché” avevamo ritrovato la giusta tensione per indagare sempre di più sulle cose dello spirito./strong>

Spesso ci è stato chiesto quale cambiamento aveva portato nella nostra vita il fatto di conoscere questi insegnamenti: per questo accennerò brevemente a cosa hanno significato per me.

Io ero molto giovane quando sono entrata in contatto con questi insegnamenti: la guerra ci aveva lasciati sconvolti, delusi su certi ideali. Vivevo con mio marito, mio figlio e i genitori di mio marito: avevamo molte difficoltà finanziarie poiché il lavoro di mio marito era l’unica fonte di guadagno. Allora non esistevano le pensioni sociali per gli anziani a carico, quelle pensioni tanto criticate per la loro esiguità, ma che in una famiglia possono dare un valido aiuto. Mio marito non voleva che io cercassi un impiego perché, durante la guerra, dopo l’allattamento di mio figlio, mi ero ammalata al torace e nell’anno di degenza al sanatorio di Pratolino avevo subito una delicata operazione.

Perciò la mia vita si svolgeva tra le pareti domestiche e qualche volta desideravo di fare qualcosa di più gratificante: ma le nostre Guide ci avevano detto: “Non pretendete da voi stessi grandi cose: cominciate da poco e da vicino: cominciate col fare interamente e con amore il vostro dovere, sia sul lavoro che in seno alla famiglia. Cominciate con l’amare di più i vostri familiari ed estendete questo amore a tutte le creature che avvicinate. Cercate di svolgere nel miglior modo possibile il ruolo che siete chiamati a rappresentare”.

Compresi così quanto importante possa essere anche il ruolo da svolgere nel ristretto ambito familiare, il dedicarsi con serenità ai poco gratificanti lavori casalinghi, poiché la realizzazione di noi stessi non sta nell’importanza del lavoro che si svolge o nella possibilità di circondarsi di cose che ci valorizzino agli occhi degli altri, ma nella scoperta e nell’arricchimento del nostro io interiore.

Chiunque conduca la vita di donna di casa, sa però che esiste un pericolo: senza contatti o raffronti con persone culturalmente più dotate, senza mansioni che stimolino la nostra mente o problemi che implichino una certa elasticità di pensiero o una certa competitività, si rischia di indirizzare i nostri interessi a cose futili o inutili e di cristallizzare la nostra mente.

Ecco, nel mio caso, questo pericolo è stato scongiurato, non solo dal cercare di capire bene i messaggi etici e filosofici che ricevevamo in maniera così eccezionale, ma anche dalla spinta che ho ricevuto a leggere altri testi esoterici e filosofici, nella ricerca di conferme a quanto via via apprendevamo dai Maestri disincarnati. E quale intima gioia constatare come Essi avessero ulteriormente chiarito le spiegazioni che i filosofi e i mistici del passato hanno dato agli eterni interrogativi dell’uomo sulla vita e sulla morte, sul libero arbitrio, sul divenire ed essere! E quanti temi squisitamente attuali i Maestri ci avevano illustrato! La relatività del tempo e dello spazio, il mondo dell’apparenza e della Realtà, la natura divina o spirito come base di tutto l’esistente.

Nel 1955 entrarono a far parte del nostro gruppo anche l’attrice Nella Bonora e l’attore Corrado De Cristofaro con la sua compagna. Divennero molto amici di Roberto: Corrado e la sua amica avevano l’automobile e portavano i miei genitori e Roberto a fare lunghe passeggiate nei dintorni di Firenze. Mia madre era entusiasta di queste passeggiate e felice perché anche il babbo le gradiva molto.

Roberto si era fatto un bel giovanotto: molto alto, i lineamenti fini, un bel sorriso e i bellissimi capelli ondulati e scuri della mamma: passava le vacanze con le nostre cugine più giovani, aveva molto successo con le ragazze della sua età.

Molto riservato per quanto concerneva la sua vita sentimentale, non era però un moralista ottuso: mio figlio mi ha raccontato che quando si è rivolto a lui per certi consigli, Roberto ha saputo sempre sdrammatizzare le tensioni che nascono nel divenire uomo, parlandogli anche del sesso con molta serenità e considerandolo uno degli elementi che compongono l’esperienza umana. Parlando con lui, dice mio figlio, le difficoltà incontrate nei primi rapporti con le ragazze assumevano una diversa prospettiva ed accennando, con molta discrezione, alle sue esperienze, distruggeva l’alone di peccato che in quegli anni era ancora legato all’argomento.

Io spesso gli chiedevo dei suoi amori, ma lui sorrideva e mi diceva che non si sarebbe sposato fino a che le sue condizioni finanziarie erano così precarie, ora che i genitori erano completamente a suo carico. Io gli replicavo: “Ma ci sono anche delle ragazze che lavorano”. E lui: “Io non permetterò mai a mia moglie di lavorare per aiutarmi a mantenere i miei genitori: è un compito mio e basta”.

Mia madre era molto brava nel condurre il ménage familiare e la famiglia ha sempre vissuto dignitosamente nella bella casa di via Lulli (grazie anche al fitto bloccato), dove ora vivevano solo i miei genitori e Roberto. La mia cognata Franca, dopo la morte di Ruggero, si era dovuta trovare un lavoro e viveva in casa di suo padre con la piccola Gabriella.

Nel 1956 Corrado De Cristofaro perse la sua compagna e rimase solo al mondo: chiese ai miei genitori di ospitarlo per un po’ di tempo nella loro casa, poiché non se la sentiva di tornare a vivere dove la sua compagna era morta.

Si trattenne come ospite per due mesi, poi quando doveva decidersi a trovarsi una sistemazione diversa, chiese ai miei di trattenersi come ospite pagante. Mia madre si era molto affezionata a lui (aveva la stessa età che avrebbe avuto mio fratello Ruggero), e pensò anche che il suo contributo alle spese familiari avrebbe dato un certo sollievo anche a Roberto. Fu così che, dal 1956, Corrado è vissuto sempre con noi, condividendo tutte le gioie e le pene, proprio come un fratello.

Intanto gli argomenti svolti dalle nostre Guide si erano fatti sempre più interessanti; nel 1958 avevamo accumulato pagine e pagine di messaggi che trascrivevamo dalle registrazioni e decidemmo di farle stampare privatamente riunendole in un volume da distribuire fra gli amici e dividendoci fra noi le spese. Questo impegnativo lavoro fu svolto da Nella Bonora – come ella stessa ha narrato nel suo libro “Con amore -per amore” sempre però con l’aiuto dei Maestri che, tramite Roberto in trance, correggevano e consigliavano l’impaginazione dei messaggi. Da allora il lavoro di trascrizione dei messaggi è stato sempre fatto da Nella Bonora. Per amore agli Istruttori disincarnati, imparò anche a scrivere a macchina: distribuiva a noi tutti i dattiloscritti e so che doveva farne diverse battute poiché allora non esistevano o non conoscevamo le fotocopiatrici. Dal 1959, per le sue vicende familiari, Nella Bonora si era trasferita da Roma a Firenze ed era venuta ad abitare proprio vicino alla casa di Roberto. Io pure, dopo la morte dei miei suoceri, avevo lasciato via delle Ruote e mi ero trasferita – con mio marito e mio figlio Gilberto – in una casa vicina a via Lulli.

Nel 1960 Roberto vinse un concorso per un posto d’impiegato al Comune di Firenze: ne fu molto felice perché le mansioni che doveva svolgere gli erano più congeniali e perché lo stipendio era migliore.

Per qualche anno avevo partecipato alle sedute saltuariamente: nel 1965 – dopo la stesura del nostro secondo libro “Colloqui” – ricominciai ad assistere a tutte le sedute e mi accorsi di quanto l’insegnamento fosse progredito. Ora gli argomenti andavano oltre le teorie espresse dalle filosofie orientali, dalla teosofia, dai libri, da Ramacharaka, Krishnamurti eccetera. Si trattava di vera filosofia esoterica. I Maestri avevano cominciato ad introdurci al concetto di Eterno Presente e di Dio-Assoluto, al concetto di “eternità” inteso come “senza-tempo” e non “tempo senza fine”. Ricordo che ad alcuni dei partecipanti gli argomenti erano un po’ ostici e sembrava loro che conoscere queste profonde verità non avesse in effetti nessuna utilità per il vivere di ogni giorno: preferivano l’inse­gnamento etico, le spiegazioni sulla vita dell’aldilà, sulla legge di causa ed effetto o karma. Ma in una seduta ci fu detto: “Il vero scopo dell’esistenza delle sedute medianiche è l’insegnamento: perciò, quando si è potuto accertare che non siamo di fronte a quegli isterici vaniloqui che molto sovente si chiamano sedute spiritiche o medianiche, allora le porte della comunicazione devono aprirsi. Ma la comunicazione fra il mondo degli incarnati ed il mondo dei disincarnati, per essere all’altezza del miracolo che rappresenta, non può limitarsi a darvi notizie dei parenti trapassati o ad enunciarvi principi morali che più o meno le religioni, le filosofie conoscono e insegnano. Se il dialogo fra noi e voi deve continuare, dobbiamo parlarvi di qualcosa che va oltre, qualcosa che l’uomo da solo non può scoprire, se non quando è molto avanti nel sentiero dell’iniziazione. Per questo vi abbiamo portato, vostro malgrado, su terreni che possono offrire certe difficoltà di comprensione… Non possiamo continuare a ripetere quello che con tanto amore avete raccolto e che potete continuare a leggere e a meditare…”.

In un colloquio con Dali, io confessai i miei limiti e la mia decisione di accontentarmi di quello che avevo recepito fino ad allora. Ed egli, con la sua consueta dolcezza, mi rispose: “Come vuoi, cara, ma ricordati che nella via verso l’evoluzione della coscienza c’è un momento in cui tutti devono acquisire queste conoscenze. E giacché in questa vita ti è offerta l’occasione di avere risposte a quesiti così importanti, perché vuoi fatti sfuggire l’occasione?”.

Da quel momento dedicai tutta la mia attenzione all’insegnamento filosofico e sono lieta di essermi impegnata al massimo dei miei limiti, perché solo così posso es­sere certa di avete speso bene i talenti che in questa vita mi erano stati dati, intendendo per talenti la mia possibilità di attingere a questa fonte meravigliosa.

Le riunioni avevano assunto un ordine che, se anche non fu mai codificato, era diventato una normale consuetudine. Dopo la lettura della lezione ricevuta nella precedente riunione medianica, si intavolava la discussione sulla base delle domande di chiarimento che ciascuno faceva. Ognuno cercava di comunicare agli altri ciò che aveva capito e così facendo chiariva anche a se stesso le idee. Poiché le opinioni erano spesso diverse, il parteggiare per una opinione o per l’altra coinvolgeva anche chi non partecipava attivamente alla discussione.

Spesso cercavamo di trascinare anche Roberto nelle nostre disquisizioni, ma lui quasi sempre evitava di farsi coinvolgere, sapendo quanto peso avrebbe avuto la sua opinione, che ognuno di noi aveva sperimentato essere sempre ben radicata e ponderata. Così, probabilmente per paura di troncare, con le sue asserzioni, il nostro accalorato discutere, egli preferiva tacere. Ma a chi l’osservava con attenzione, mostrava la sua profonda partecipazione e i suoi rari interventi erano sempre estremamente succinti e tesi a sdrammatizzare gli apparenti o reali contrasti di interpretazione.

Fin dalle prime comunicazioni ci era stato detto dalle nostre Guide che essi non avrebbero potuto toglierci le esperienze dolorose che avremmo dovuto superare nella vita: potevano solo aiutarci ad accettarle, facendoci comprendete che ogni esperienza ha una sua valida ragione di esistere. E le esperienze dolorose ci sono state per tutti noi: l’alluvione di Firenze che semidistrusse la casa di via Lulli, l’infermità di mio padre per la frattura del femore, la mamma che si ammalò di cuore, Corrado che contrasse il diabete, mio marito che subì una grave operazione.

Dopo l’alluvione, Roberto, con i miei genitori e Corrado – che non ci aveva più abbandonato -, viveva in un condominio di via Francesco Doni, sempre nello stesso rione.

In tutti questi anni ha vissuto una vita normale, partecipando alle speranze e alle delusioni della nostra epoca, tenendosi sempre informato non solo dei piccoli e grandi drammi individuali che ognuno di noi gli confidava, ma anche delle tensioni politiche e sociali di cui soffriva con altrettanta partecipazione.

Nel 1969 mio figlio Gilberto si laureò in architettura: da tempo lui pure seguiva le nostre sedute ed anche per lui gli insegnamenti erano stati determinanti. Per sua stessa ammissione il fatto di avere sempre sentito parlare in casa di problemi trascendentali, di avere seguito fino da bambino le nostre conversazioni con gli amici, fece sì che giunto all’età in cui molti giovani, non trovando risposte soddisfacenti ai loro molti “perché”, rifiutano in blocco l’insegnamento religioso e si dichiarano atei, egli non avesse questa fase di smarrimento. Anzi aveva cercato sempre di trasmettere ai suoi amici, in animate discussioni, quella chiarezza interiore che egli aveva raggiunto proprio attraverso queste conoscenze. Molti dei suoi amici divennero amici di Roberto: Serenella, Amalia, Sergio, Giovanni, Emilio, Antonio.

In quegli anni le sedute si tenevano in casa di Nella Bonora. Nel 1973 stampammo privatamente il libro “Sintesi”, sempre riunendo tutti i messaggi avuti e trascritti fedelmente, parola per parola, da Nella Bonora. I Maestri scartarono qualche pagina, ma nell’insieme si può dire che i vari messaggi furono lasciati nello stesso ordine cronologico, quasi come una raccolta di dispense universitarie.

Nel frattempo, alcune altre persone erano venute in contatto con noi, ma devo dire che in fondo il gruppo era piuttosto contrario ad ammettere persone nuove, poiché con le loro domande un po’ elementari – o a volte solo curiose del fenomeno in sé – ci impedivano di andare avanti con l’insegnamento che adesso era a un livello molto alto. Consigliavamo perciò alle persone che desidera­vano assistere di dare una scorsa ai nostri libri, in maniera di sapere su che cosa vertevano i colloqui. Ma forse anche fra noi erano pochi quelli che si erano resi conto di essere di fronte ad un insegnamento quasi unico. Così, quando avemmo la manifestazione di quel Guru vivente che ci rimproverò di tenere per noi queste verità (descritto a pag. 35 del nostro libro “Dai mondi invisibili”) pensammo di aprire anche ad altri la possibilità di conoscere queste comunicazioni. Sì, è vero, nei primi anni ci era stato detto di tenere per noi queste esperienze, ma erano trascorsi 27 anni dalle prime sedute e forse qualcosa era cambiato…

Ed ecco che il 9 maggio 1974, durante una bellissima seduta, Kempis ci rivolse queste parole: “ …Voi siete testimoni di questi colloqui, voi vedete ed udite cose che altre creature hanno cercato per tutta un’esistenza senza mai raggiungere… Voi che avete fatto una specie di abi­tudine all’inconsueto, al fenomeno, al fatto straordinario al di fuori delle leggi consuete della natura, dovete chiedervi, a questo momento, che cosa fate. Veramente il timore di parlare di spiritismo – e perciò posti in un certo senso in berlina – è la ragione vera che vi fa essere cauti e prudenti nei riguardi dei vostri simili? O non è piuttosto una forma di pigrizia, di non volersi impegnare, di non volersi adoperare? Poiché si è parlato del Cristo, questa sera, viene alla mente una parabola: la parabola dei talenti che forse bene si adatterebbe a taluno di voi. Pensate: questi studenti, laureati, studiosi, giovani in ge­nere che hanno una preparazione, che hanno visto e toccato con le loro stesse mani questi fenomeni, udito questi insegnamenti, che possono scrivere, fare degli articoli, perché non lo fanno? Noi siamo stati sempre contrari al­le forme di organizzazione e confermiamo questo: ma ciascuno, singolarmente, per propria parte, parlando senza citare la fonte, con tutte le cautele del caso – che non debba mettersi in ridicolo – quante volte potrebbe parlare ad un suo vicino ed aiutarlo e non lo fa? Ma perché non lo fa? Qualunque sia la ragione è una ragione errata, credetelo, fratelli ”.

Allora non avemmo più dubbi: per mezzo della signora Zoe Alacevich inviammo i nostri tre libri al Centro Informazioni di Parapsicologia di Napoli – diretto dal prof. Giorgio di Simone – ricevendone una lusinghiera recensione. Incoraggiati, incominciammo a scrivere articoli e li inviammo alla rivista “Gli Arcani” di Milano, che li pubblicò dal 1974 al 1977. Descrivevamo come avvenivano gli apporti – ormai ne avevamo ad ogni seduta – in quali occasioni avvenivano, raccontavamo aneddoti di identificazioni spiritiche: ma riuscivamo anche ad includere brani d’insegnamento e lo strano è che proprio quelli colpivano l’attenzione dei lettori della rivista, che inviavano lettere di simpatia e richieste di sapere di più su questo insegnamento.

Intanto avevamo dovuto dare un nome al nostro gruppo, tanto da poter catalogare come provenienti dalla stes­sa fonte i messaggi ed i fenomeni di cui parlavamo. Il primo articolo era stato inviato nell’estate del 1974, nel periodo in cui non c’erano sedute e non potevamo chiedere alle Guide come chiamarci. Per una serie di motivi decidemmo di chiamare il nostro gruppo “Cerchio Firenze 77”. Il sette è il numero fondamentale del modulo del nostro cosmo – cosi ci avevano detto le Guide -; Roberto, Luciana, Cerchio Firenze sono parole di sette lettere, il nostro cognome è Setti, noi cinque della fa­miglia siamo nati in giorni col numero sette: Roberto il 7 novembre, Ruggero il 27 settembre, la mamma il 17 gennaio, il babbo il 17 luglio. Inaspettatamente, poi, il nostro primo libro – edito dalle Edizioni Mediterranee – è uscito nel novembre del 1977. La medianità di Roberto è durata 37 anni e nove mesi.

Con la pubblicazione degli articoli, tante e tante persone chiesero di partecipare alle nostre sedute: per fortuna, dal 1973 le sedute si svolgevano in casa mia, una villetta nei dintorni di Firenze che mio marito si era fatto costruire con la liquidazione dell’Enel. Silenziosa, in mezzo al verde, era il posto ideale per questo tipo di esperienze: e poi potevo invitare a turno le persone nuove senza disturbare gli amici che fino ad allora avevano offerto la loro casa.

Quante persone importanti si sono avvicendate nella vasta stanza che ospitava le nostre sedute! Ora avvenivano solo una volta al mese, ma erano molto impegnative,  sia per i fenomeni fisici, sia per i contenuti dei messaggi delle entità, che si alternavano ormai da tanti anni: Dali, Kempis, Claudio, Fratello Orientale, Teresa, Lilli, Alan. Ognu­na con un suo modo particolare di porgere l’insegnamento, chi in chiave mistica, chi in chiave etica o filosofica o analitica: ognuna con una sua voce particolare che si è mantenuta eguale nel tempo. Gli apporti avvenivano ad ogni seduta; qualche volta a luce accesa, ma quasi sempre al buio a materializzazione lenta, tra le mani luminose del medium; l’entità che presiedeva a questi fenomeni – Michel – invitava le persone più vicine a toccare gli oggetti nelle varie fasi di materializzazione. E poi profumi, piogge di foglie d’olivo, di foglie di rose e di rose intatte, levitazione del medium, luminosità vaganti.

Nel 1975, per mezzo degli articoli su “Gli Arcani”, conoscemmo il fisico di Genova dr. Alfredo Ferraro, che da allora ha partecipato per quattro anni ad ogni nostra riunione. Scrisse bellissimi articoli, descrivendo le modali­tà degli apporti e documentando le materializzazioni con fotografie eseguite durante le sedute mentre l’apporto era in formazione.

Incoraggiati dalle lettere dei lettori de “Gli Arcani” e dall’entusiasmo delle persone nuove che ammettevamo alle nostre riunioni, decidemmo di stampare pubblicamente quello che avevamo raccolto fino ad allora: il nostro pri­mo libro “Dai Mondi Invisibili” è un rifacimento dei libri stampati privatamente con i titoli “Incontri e Colloqui” e il secondo – “Oltre l’Illusione” – è il libro “Sintesi” con ag­giunta di alcune lezioni del 1977.

Anche i libri ebbero una vasta eco: ricordo con simpatia l’entusiasmo del compianto prof. Giulio Cogni, espresso così bene nella sua prefazione al libro “Oltre l’Illusione”. Ho tante bellissime lettere di persone che si dicono bene­ficate dalla lettura dei testi, che affermano di avere avuta la vita cambiata nella comprensione di certe verità, di non sentirsi più sole, di desiderare di leggere ulteriori messaggi. Naturalmente, giunsero anche richieste di partecipare alle sedute o di entrare a far parte del Cerchio pagando una quota d’iscrizione: stentavano a credere che in realtà non esistesse un vero cerchio, né una vera sede o un organizzazione con statuti e regolamenti, contributi o quote di partecipazione. Ma noi non avevamo mai pensato a crea­re cose del genere in ossequio a quanto i Maestri ci avevano detto: “…Le organizzazioni, le leggi, i comandamenti morali o religiosi sono necessari per impedire all’individuo di compiere quegli atti che la poca evoluzione può portarlo a compiere. Successivamente, quando l’evoluzione o la maturazione spirituale dell’individuo è tale per cui egli non compirebbe più atti di violenza per assecondare il proprio egoismo, anche se non vi fossero proibizioni formali, le organizzazioni perdono il loro significato. Vanno bene per le conquiste umane, per quello che l’uomo non riesce ad ottenere singolarmente in fatto di mete sociali, ma sono contrarie allo spirito stesso della verità dell’insegnamento quando siano costituite e fondate con l’intenzione di fare evolvere l’individuo. Chi si accosta ad una organizzazione spirituale con lo scopo di evolvere se stesso, di raggiungere una meta, in effetti non fa che assecondare il processo di espansione dell’io. La verità è una conquista del singolo: noi stessi non abbiamo la pretesa di portarvi la verità. Possiamo darvi solo delle indicazioni… Non veniamo per fare dei proseliti, dei seguaci di un’etichetta: semmai veniamo per distruggere tutto ciò che vi inibisce la comprensione; le suddivisioni razziali, morali, religiose, sociali e via dicendo, tutto quanto vi impedisce di avvici­nare i vostri simili e comprenderli. Se le verità che conoscete vi impedissero di andare incontro a chi non la pensa come voi, voi non le avreste comprese… e siete voi che dovete comprendere, nessuno può farlo al posto vostro”.

Ora che esistevano i libri, il compito di scegliere le persone da ammettere alle sedute era facilitato. Infatti, non si rischiava più di far entrare persone incuriosite solo dal fenomeno fisico o desiderose di avere risposte ai loro quesiti personali. Ormai chi ci avvicinava conosceva la profondità degli argomenti trattati ed era conscio di assistere a qualcosa di diverso di una normale seduta spiritica.

Quanti giovani ora venivano regolarmente o si riunivano fra loro a rileggere i messaggi e a discuterne! E questo era motivo di grande gioia per Roberto che fino ad allora era stato circondato da persone di età più matura della sua. Ormai il vecchio gruppo cominciava ad essere vecchio in tutti i sensi; molti cari amici avevano lasciato il piano fisico ed era consolante vedere facce giovani intorno a noi.

Nell’autunno del 1978 Roberto cominciò ad accusare una certa debolezza alle gambe: fino ad allora non aveva mai sofferto del minimo disturbo. Anche dopo le sedute si sentiva benissimo e non accusava stanchezza. Del resto, le sedute non erano mai più di otto o nove in tutto l’anno, poiché dal giugno all’ottobre ci riunivamo solo per parlare fra noi e rileggere i messaggi. Aveva un fisico perfetto e dimostrava molto meno dei suoi quarantotto anni.

Talvolta il suo modo di fare schivo e rispettoso fino allo scrupolo metteva in soggezione e poteva dare l’impressione che non volesse aprirsi completamente; ma chi ha avuto bisogno delle sue parole e della sua presenza sa quanto ampia fosse la sua disponibilità e capacità di amore, di un amore imparziale e così poco possessivo anche nei ri­guardi di noi più stretti congiunti che qualche volta ci era incomprensibile. Infatti, il suo affetto e la sua comprensione sgorgavano solo alla nostra richiesta, senza mai prevaricare e senza mai pretendere attenzioni per se stesso.

Il lavoro al Comune di Firenze gli piaceva molto e nel suo ambiente di lavoro era molto apprezzato. Nel tempo libero si occupava di elettronica, ascoltava musica, leggeva; qualche volta andava al cinema con Corrado e due amiche del Cerchio. Ma più di tutto amava starsene tranquillo in casa: anche per le vacanze sceglieva posti con poca confusione e con pochi amici. Io mi meravigliavo molto del tipo di vita che conduceva e gli dicevo: “Se fossi io un giovanotto libero, pieno di fascino come te, sai come mi piacerebbe andare alle feste da ballo, frequentare posti alla moda, fare lunghi viaggi…”. E lui rideva di questa voglia di divertirmi che mi era rimasta, nonostante fossi ormai una signora un po’ matura.

Il babbo era trapassato e la mamma era venuta a vivere con me a Ceppeto: non poteva più occuparsi della casa ed io ero felice di averla con me. Roberto veniva spesso a pranzo da me e nel mese di agosto passava qualche giorno con noi.

Io avrei voluto averlo anche più spesso, ma Roberto era pieno di riguardi e temeva sempre di disturbare: non sapevamo mai quali erano le cose che gli procuravano veramente piacere o quelle che faceva per far piacere a noi. Il fatto è che cercava di pesare il meno possibile sugli altri e da quando la mamma non stava bene, faceva da sé tutte le cose che la donna a ore non arrivava a fare.

Ricevevamo tante lettere e rispondevamo a tutte: quelle con domande difficili le passavo a Roberto o gli chiedevo cosa dovevo rispondere. Era bello lavorare insieme, interessarsi alle stesse cose… Ora però mi sembrava che il fratello maggiore fosse lui, così saggio e così lungimirante!

Le sedute continuavano ad essere bellissime: ormai le persone che partecipavano regolarmente erano più di sessanta e avevamo dovuto dividere il gruppo di ascolto in quattro turni, vale a dire che a ciascun gruppo non era dato di assistere a più di due sedute l’anno. Ad ogni seduta ammettevamo due o tre osservatori occasionali, scelti tra le decine e decine di persone che ne facevano richiesta. Inoltre, ogni sabato ricevevamo le persone che desideravano conoscerci e parlare con noi. Eppure, qualcuno ancora affermava che eravamo un cerchio chiuso!…

Ricordo con particolare nostalgia la serata del 20 gennaio 1979, che doveva essere la penultima delle sedute vecchia maniera. Nella mia casa di Ceppeto erano presenti più di venti persone. Quella era la serata dedicata agli amici di fuori Firenze; infatti i presenti venivano da Genova, Bologna, Bolzano, Siena, Modena, Roma. Erano presenti tre fisici (il dr. Alfredo Ferraro, il dr. Gianmarco Rinaldi, il prof. Luigi Stringa), l’avv. Claudio Schwarzen­berg, il prof. Giulio Cogni, la sig. Lina Brady, il prof. Leo Magnino, il prof. Amedeo Rotondi, il nostro Editore, Gianni Canonico delle Mediterranee, Silvio Ravaldini e signora, Riccardo Cesanelli e signora e la cara amica dott.ssa Paola Giovetti.

Era uscito da poco il nostro secondo libro “Oltre l’illusione” e ne eravamo felici: era davvero bellissimo e lo commentammo insieme, tutti seduti in cerchio ai lati della poltrona su cui era seduto Roberto.

Poi, come al solito, leggemmo alcuni brani della seduta precedente per creare un’atmosfera di raccoglimento, spegnemmo la luce e rimanemmo in attesa in silenzio. La trance avvenne quasi subito, preannunciata dal respiro ritmico di Roberto, quasi una respirazione yoga. Il primo ad intervenire fu Dali; come sempre il suo discorso iniziale era in funzione del pensiero dei presenti: quella volta, fra l’altro, disse: “…per comprenderci voi dovete essere disposti a dimenticare le vostre convinzioni e a raffrontarle poi con il nostro messaggio, quando veramente siete sicuri di aver ben compreso il suo significato. Altrimenti, se subito scartate quello che contrasta con le vostre convinzioni, non riuscirete mai a comprendere appieno quello che vogliamo significare…”.

Subito dopo, la Guida preposta ai fenomeni fisici, Michel, materializzò fra le mani luminose del medium, un pic­colo oggetto che consegnò al prof. Luigi Stringa dicendogli: “Vedi, è in atto di spiccare il salto”. (Vedemmo poi che era un ranocchio in argento e pietre colorate). Alla signora Lina Brady, figlia del dott. Gastone De Boni, fu materia­lizzata una cavigliera indiana in argento: un oggetto singolare e delizioso, lavorato a traforo e con una frangia a piccolissimi pendagli.

L’intervento di Kempis fu molto lungo e bellissimo: è riportato a pag. 193 del nostro quarto libro Le Grandi Verità. Verteva sul significato filosofico delle teorie della relatività e finiva con queste parole: “…se le scoperte scientifiche progredissero di pari passo con la giusta interpretazione dei fenomeni, voi assistereste al progressivo dissolversi di tutti i sistemi chiusi e comprendereste che ogni percezione della realtà è una immagine e come tale è incompleta e inesatta. Nel mondo della percezione, le scoperte scientifiche sono vere sempre e solo per approssimazione. La realtà, nella sua essenza, è irraggiungibile. Ma questo non significa che l’uomo debba volgere la sua attenzione e credere vero ed esistente solo ciò che percepisce e quale lo percepisce: ma deve dargli la misura della sua dimensione. Questo, in fondo, è anche il significato filosofico delle teorie “speciale” e “generale” della relatività ”.

Tutti i presenti rimasero colpiti dalla chiarezza della esposizione dei concetti, dalla impeccabile forma letteraria e dalla perfetta dizione. Dirò per inciso che tutti i messaggi che riportiamo sui nostri libri non hanno subito la benché minima manipolazione da parte nostra: le entità hanno sempre avuto un modo di parlare fluente, senza er­rori o interruzioni, e una perfezione di linguaggio degna dei più trascinanti oratori.

Dopo la seduta rimanemmo ancora un po’ a parlare con Roberto che, svegliandosi dalla trance, desiderava sapere quello che era accaduto; la sua era una trance completa e non si rendeva conto di niente. Solo dopo, dal magnetofono, poteva seguire tutto quello che era accaduto.

Fotografammo gli apporti con la Polaroid prima che le persone alle quali erano destinati se li portassero via. Ognuno raccontava le sue impressioni e Roberto ascoltava con interesse le espressioni di meraviglia che le luci, i profumi, gli apporti, i contenuti stessi dei messaggi avevano suscitato.

Eravamo ancora sereni quella sera: il disturbo di Roberto non ci preoccupava: il medico gli aveva fatto eseguire varie analisi, ma non era risultato niente e con una cura di pillole contro l’astenia si sperava che tutto passasse.

Così ci salutammo felici per le belle cose viste e udite e per essere stati accomunati in esperienze che a pochi è dato di vivere.

Nei giorni che seguirono Roberto aveva sempre meno forza nelle gambe: per due volte, mentre percorreva a piedi il tratto di strada che lo separava dalla fermata dell’autobus in piazza del Duomo alla sede del Comune di Firenze in piazza Signoria, sentì piegarsi le ginocchia a metà strada.

Alla seduta del mese di febbraio decidemmo di sospendere le sedute, nel timore che la trance danneggiasse Roberto: lo comunicammo a Dali e gli chiedemmo anche notizie sulla malattia di Roberto. Con la sua dolce voce ci rispose: “Come volete cari: ma ricordate che sarebbe stato delittuoso da parte nostra servirci di Roberto se questo doveva danneggiarlo. Ho udito le vostre domande, figli! Vedete, cari, voi siete nella vita per avere delle esperienze: un’esperienza non è semplicemente un insieme di azioni nel mondo umano, nel mondo fisico, ma – come voi ben sapete – è accompagnata da un lavoro assai più importante, forse, dell’azione stessa, che è rappresentato dalle varie emozioni, dai vari pensieri, dai timori, dalle gioie, da tutti quelli che sono i movimenti intimi che ciascuno di voi ha vivendo. Perché questi siano sentiti e intesi, l’uomo non conosce il suo futuro, perché evidentemente, se lo conoscesse, molte esperienze diventerebbero delle ripetizioni, delle azioni in sé prive di tutta quella parte emotiva di pathos a cui prima accennavo. Ecco perché, certe volte, noi non possiamo dire niente: non possiamo né rassicurarvi, né incoraggiarvi. Questa è una di quelle volte, cari: per cui spero che non ce ne vorrete: vi sono delle cose alle quali noi stessi non possiamo trasgredire. Io mi auguro che ciascuno di voi, dentro di sé, trovi la risposta a questo interrogativo: da parte nostra non possiamo che lasciare tranquillo il nostro strumento per un… fino a che non avrà superato questo… momento. Vi sono tante cose sulle quali voi potete riflettere e meditare: noi sempre vi abbiamo detto che veniamo soprattutto non per consolarvi, ma per infondervi la forza di reagire e di affrontare i problemi della vostra vita”.

Quante volte abbiamo letto questo messaggio, cercando di interpretarne tra le righe il giusto significato! Soppesando tutti gli attimi di sospensione che Dali aveva avuto, dandone a volte un’interpretazione ottimista, a volte scoraggiante!

Nel marzo del 1979 Roberto ebbe la gioia di una bellissima serata di presentazione del libro “Oltre l’illusione”, – organizzata dalla Casa Editrice – alla libreria Croce di Roma. Andammo a Roma con diversi amici del nostro gruppo: poteva essere una giornata felice per tutti, ma fummo rattristati dal fatto che Roberto non riuscì a salire i gradini del treno. E anche il percorso dall’albergo alla libreria gli costò molta fatica.

La libreria era gremita: gli oratori ufficiali furono il prof. Giulio Cogni, il prof. Leo Magnino, il prof. Vincenzo Nestier, il dott. Alfredo Ferraro che parlarono dei contenuti del libro. Il prof. Emilio Servadio e Mons. Corrado Balducci parlarono dei fenomeni paranormali in genere, anche in risposta alla famosa trasmissione di Piero Angela alla televisione che aveva negato in blocco l’esistenza dei fenomeni.

Ci furono parecchi interventi del pubblico e parecchie domande: Roberto seguiva attento, seduto in fondo alla sala: sempre schivo e modesto, non volle farsi conoscere. La mattina presto ripartì per Firenze con Corrado e altri amici: non si sentiva a suo agio fuori di casa e temeva di limitare i nostri programmi. Io, mio figlio, mia cognata Franca e altri amici ci trattenemmo a Roma fino al pomeriggio: fummo invitati a pranzo dal prof. Amedeo Rotondi, che aveva tenuto a battesimo il nostro primo libro “Dai mondi invisibili”.

Ci ripromettemmo di ritornare a Roma con Roberto appena fosse guarito: anche a Roma adesso aveva tanti amici che desideravano conoscerlo e che si riunivano spesso nella libreria Rotondi di via Merulana ad ascoltare e commentare le registrazioni delle nostre sedute.

Ma le gambe si facevano sempre più deboli: Roberto si ricoverò allora al reparto neurologico dell’ospedale di Careggi a Firenze, diretto dal prof. Amaducci. Furono eseguite altre serie di analisi, puntura lombare, elettromiografia, elettroencefalogramma, eccetera. Ma non risultò niente: fu fatta una diagnosi di polinevrite.

Altro periodo di speranze in attesa che le numerose cure prescritte avessero un risultato: ma Roberto camminava con sempre maggiore difficoltà e il neurologo di Firenze consigliò di fare una biopsia al nervo della gamba al reparto neurologico dell’ospedale di Verona. Accompagnammo Roberto a Verona e io mi trattenni con lui tutto il tempo della sua degenza all’ospedale. Ricordo con gratitudine le gentilezze del dott. Gastone De Boni, tutte le cortesie che Roberto ebbe in quell’ospedale, le visite de­gli amici di Bologna e di Brescia. Il prof. Rizzuto eseguì la biopsia al nervo, fece altre analisi: tutto negativo. Roberto fu dimesso con diagnosi di polineuropatia e con un certo ottimismo sull’esito della malattia, o almeno così a noi parve.

Della sua malattia ciò che lo angustiava di più era do­ver essere di peso ad altri e vedere limitata la sua auto­nomia. Quella sua privacy) che gli aveva permesso di vivere la sua vita normale nonostante lo straordinario fenomeno della sua medianità, veniva intaccata: quella libertà nelle piccole cose – più teorica che reale – di cui sapeva gioire, si riduceva enormemente.

Per quattordici mesi ci riunimmo solo per parlare tra noi e rileggere le lezioni: intanto io e Roberto preparavamo il terzo volume, mettendo insieme certi messaggi del Maestro Claudio che erano sui libri “Incontri e Colloqui” e che non avevamo messi nei precedenti libri.

Nell’aprile del 1980 ricominciarono – spontaneamente ed estemporaneamente – le trance di Roberto: a volte avvenivano alla presenza di tre o quattro amici, e tutti noi potevamo solo ascoltare le registrazioni. Fu l’inizio di un diverso modo di condurre le sedute.

Nel mese di giugno del 1980 due nuovi amici entrarono a far parte del Cerchio Firenze 77: Francois Broussais e Pietro Cimatti. Il primo era un amico dell’altra dimensione: è l’unica entità di cui si conosce l’identità dell’ultima incarnazione. La sua manifestazione ha veramente del fantastico.

Il 19 giugno 1980 ero andata da Roberto nel primo pomeriggio poiché mi aveva comunicato una cosa straordinaria. Come ho già detto stavamo preparando il nostro terzo libro e avevamo già messo insieme diversi dattiloscritti delle lezioni di Claudio e altri messaggi ricevuti dopo la stesura del libro “Oltre l’illusione” dando un certo ordine logico agli argomenti e dividendoli per capitoli.

Tutto il fascicolo contenente queste pagine – che praticamente costituivano già tutto il volume – era stato messo sulla scrivania nello studio di Roberto la sera del 18 giugno. La mattina Roberto era andato in ufficio e fino al pomeriggio non si era recato nel suo studio: quando si era seduto alla scrivania per dare un’occhiata al lavoro fatto insieme, aveva trovata cambiata la disposizione di certi capitoli, con piccole correzioni e aggiunte tra le righe con la calligrafia di Dali, a noi ben nota quando si presentava scrivendo e quando aveva corretto – tramite Roberto in trance – i libri curati da Nella Bonora.

Tutto questo non l’abbiamo mai detto, tanto sembra inverosimile: del resto tutta la fenomenologia di questa medianità – pur rientrando nei canoni delle grandi medianità del passato – può sembrare inverosimile a chi non accetta che esistano altre dimensioni oltre quella fisica.

A casa, con Roberto e Corrado, c’erano altri due amici: Giuliana e Fabrizio Manneschi: tutti e cinque ci mettemmo entusiasti ad esaminare le modifiche apportate alla disposizione delle pagine del dattiloscritto, che risultava in-fatti più scorrevole. A un tratto avvertimmo un intenso pro-fumo di violette, fenomeno questo che caratterizzava l’inizio di una trance estemporanea. Roberto si adagiò su una poltrona e noi ci sedemmo intorno a lui: fuori c’era il sole e anche con le serrande calate non riuscimmo a fare il buio completo, perché dai lati della grande finestra a tre vetrate filtrava molta luce. Roberto si fece mettere un foulard sugli occhi, fermato a mo’ di benda dietro la testa, perché quando era in trance anche un minimo filo di luce gli faceva arrossare gli occhi. Avevamo preparato il registratore, ma la voce della Guida fisica – Michel -ci pregò di munirci di macchina fotografica. Corrado si staccò dalla catena e andò a prendere quanto richiesto: l’unica macchina fotografica già munita di pellicola era la Polaroid; rientrò nella stanza con la macchina, e Michel lo fece inginocchiare davanti a Roberto con la macchina puntata verso il suo volto. Praticamente Corrado rimaneva in mezzo ad un piccolo cerchio formato da noi in catena.

Roberto però aveva le mani libere, poiché le mani di Giuliana e di Fabrizio che erano ai suoi lati, erano appoggiate alle sue spalle. Avevamo potuto vedere bene ogni cosa perché i nostri occhi, abituati ormai alla penombra, distinguevano bene tutto. Michel ci invitò a stare concentrati e a recitare mentalmente il Padre Nostro. “Quando te lo dico io, scatta”, disse rivolto a Corrado. Così fu fatto: all’espulsione del primo cartoncino, Roberto lo prese tra le mani. Alla distanza di pochi secondi l’una dall’altra furono scattate alcune fotografie, con nostra grande meraviglia perché con quella poca luce la Polaroid non avrebbe potuto funzionare senza flash. Poi l’entità annunciò: “Ora basta: è una serie di fotografie. Solo la quinta è completa. Fatele pure vedere agli amici e agli ospiti, ma non pubblicatele: è Francois!”.

Roberto si svegliò dalla trance, chiese se c’era stato un messaggio: noi eravamo tesi e ansiosi di vedere cosa era venuto. Raccontammo tutto a Roberto mentre tiravamo su la serranda, prendemmo le foto che la Guida aveva appoggiate sul ripiano di un mobile vicino e guardammo esterrefatti.

Ricordo che quando in alcuni volumi di spiritismo avevo viste riprodotte certe foto medianiche, mi aveva colpi­to e reso dubbiosa quella massa “tipo cotone idrofilo” che si vedeva intorno alle immagini. Ebbene, avevo davanti a me la stessa cosa, ma io avevo visto come si era pro­dotto questo miracolo, come erano state scattate le foto, come davanti all’obiettivo ci fosse solo il volto di Roberto in penombra con la benda davanti agli occhi, mentre ora avevamo davanti a noi la nitida fotografia di un volto sconosciuto, dai lineamenti marcati, lo sguardo intenso e una folta barba; circondato da una specie di nube di cotone!

Nelle prime fotografie si vede solo l’ectoplasma bianco, con una apertura nel mezzo dalla quale appare, via via sempre più evidente, l’immagine di un volto un po’ sfocato. Nella quinta il volto è ben visibile e a fuoco.

In una successiva breve trance, qualche giorno dopo, ci fu chiarito che Francois era un medico occultista all’epoca della rivoluzione francese, ed era stato anche medico dell’Armata di Napoleone.

Da allora Francois iniziò a presentarsi alle nostre sedute, con una voce gradevole e possente, dall’accento lievemente francese. Rispondeva a tutti i nostri interrogativi sulle ultime lezioni di Kempis che erano molto difficili: di tanto in tanto dava qualche notizia riguardante la sua vita passata. Per esempio, disse che era vissuto dieci anni a Udine come Direttore di quell’ospedale quando Napolene dominava l’Italia, che i suoi genitori erano stati uccisi ed altre cose per cui potemmo appurare che si trattava di Francois Broussais, una personalità molto nota in Francia. A Parigi un nostro amico si procurò due biografie di Francois, scritte in francese, nelle quali trovammo conferma di tutte le notizie che Francois ci aveva dato di se stesso.

Dal 1980 Francois è stata l’entità che più di ogni altra si è intrattenuta fra noi: come ho già accennato, l’insegnamento vero e proprio veniva dato circa una volta al mese, con l’intervento o di Kempis, o di Dali, o del Fratello Orientale, o di Claudio: alcune volte si è manifestato anche il Maestro Veneziano, che non si era mai presentato negli anni precedenti. Roberto andava in trance improvvi­samente, alla presenza di due o tre amici che mettevano in funzione il registratore e noi tutti seguivamo l’insegnamento attraverso le registrazioni. Inoltre, ogni sabato sera, Roberto riuniva gli amici in casa sua: si può dire che ora il cerchio fisso – di sette o otto persone – era formato dagli amici più recenti: venivano ammessi però quattro o cinque osservatori, per cercare di soddisfare le richieste di partecipazione che ci giungevano continuamente.

In queste sedute si manifestava sempre Francois. Preannunciato dal profumo di violette, Dali interveniva con un breve saluto, o una esortazione, una preghiera, una benedizione. Ogni tanto, al posto di Dali, interveniva Teresa col profumo di rose e le sue dolci parole d’amore. Quello che non mancava mai era il magico intervento di Michel, con intense luminosità che a volte illuminavano tutto il volto di Roberto e con i suoi misteriosi doni. Tra la metà del 1980 e la fine del 1983 sono stati più di cento gli oggetti apportati!

Anche se l’importanza degli apporti non sta certo nel loro valore intrinseco, è innegabile che desti una certa me­raviglia il fatto che spesso si sia trattato di oggetti in oro e pietre, o altrimenti in argento: bracciali, catenine, monete, spilli, piccole croci, ciondoli vari.

Roberto continuava ad andare in ufficio, ma il pomeriggio era libero e riceveva gli amici e coloro che volevano conoscerlo. La sua malattia, anziché chiuderlo in se stesso, lo aveva reso ancora più disponibile verso gli altri. Prima credeva che alle persone interessasse incontrarlo solo quando era in seduta o che interessassero solo i messaggi delle entità. Ma le persone che riceveva in casa gli dimostravano il loro affetto e gli dichiaravano che per loro era estremamente importante conoscerlo anche come uomo e che dalla conversazione con lui si sentivano rasserenati. Caro, caro Roberto! Venivano a raccontare le loro pene ed egli aveva parole incoraggianti per tutti e non parlava mai delle sue pene.

Poiché il numero delle persone che desideravano entrare in contatto con noi aumentava sempre, dall’aprile del 1980 cominciammo a tenere una riunione pubblica mensile a cui intervenivano anche persone provenienti da fuori Firenze. Era commovente pensare che facevano chilometri e chilometri in treno o in macchina per sentire i messaggi registrati e per avere un dialogo con noi. Roberto era sempre presente, seduto in mezzo agli altri: avrebbe voluto poter invitare tutti insieme ad una seduta; e per tre volte è avvenuto l’incredibile! E andato in trance nella sala pubblica che ci ospitava, e Francois si è manifestato dando chia­rimenti o spiegazioni e rivolgendo parole di affetto a tutti i presenti.

Nel marzo del 1981 presentammo il nostro terzo libro “Per un mondo migliore” con la prefazione di Pietro Cimatti, che era diventato grande amico di Roberto fin dal loro pri­mo incontro nel giugno del 1980. Erano presenti il caro e compianto amico prof. Giulio Cogni, la dott.ssa Paola Giovetti e, oltre a Pietro Cimatti stesso, il nostro editore Gianni Canonico. Con la pubblicazione di questo libro, altre persone si aggiunsero alla schiera di quelle che desideravano incontrarsi con noi. Furono escogitati diversi espedienti per accontentare il maggior numero possibile di coloro che apprezzavano questo messaggio. Quante volte Pietro Cimatti, nelle sue telefonate delle 23 alla radio, ha rivolto domande a Francois, che, tramite la disponibilità di Roberto in trance, rispondeva con grande saggezza a quesiti esistenziali! Altre volte, gruppi di amici di Torino, di Brescia, di Lamezia Terme, dopo le 22 chiamavano Roberto al telefono e ponevano domande sugli insegnamenti. Io non credo che altri medium abbiano mai potuto ren­dersi disponibili a tutti come Roberto: e così disinteressatamente, solo per dare gioia e speranza…

Ormai dal febbraio del 1981 Roberto si muoveva solo con la sedia a rotelle e continuava ad andare in ufficio accompagnato in macchina da Corrado. Veniva nella mia casa di Ceppeto per incontrarsi con la mia mamma che non si dava pace di vederlo così: in quell’occasione ci riunivamo – noi tutti amici più intimi – nella stanza che era stata teatro di meravigliose serate. E ancora speravamo che un giorno tutto potesse ricominciare come prima. Roberto continuava a curarsi, le analisi erano ancora buone e la speranza non ci lasciava.

Nel luglio del 1981 la nostra cara, dolce, adorata mamma ci lascio improvvisamente, senza soffrire. Come mi sembrava vuota la mia casa adesso! Roberto non veniva quasi più perché, sempre più limitato nei movimenti, fuori di casa sua non si sentiva a suo agio. Purtroppo anche Corrado negli ultimi tre anni era peggiorato del suo diabete e diverse volte era andato in coma. Tanti cari amici da tempo avevano cura di loro e non li lasciavano mai soli: vorrei ricordarli tutti ad uno ad uno. Roberto ha dato molto amore, ma ne ha anche ricevuto tanto!

Probabilmente, come ogni essere umano, Roberto è apparso diverso a ognuno di coloro che lo hanno avvicinato, ma ciascuno non può non aver rilevato quel suo profondo rispetto degli altri che era una caratteristica del suo essere. Il miracolo di cui era strumento non cessava mai di stupirlo, ne’ l’abituava allo straordinario tanto da fargli accettare tutto senza il vaglio della sua ragione.

Per gli amici che non conoscevano le sue doti medianiche era un sereno compagno che sapeva essere sempre presente con il suo benevolo humor e la sua disponibilità. Rispettoso dei propri impegni a livello sociale, non sfuggiva – nell’ascesi – il suo essere uomo e cittadino, sì che ai colleghi di lavoro risultava un amico capace di assolvere i suoi impegni senza spirito di rivalità né ambizione. Per noi familiari e’ stato un punto di riferimento in­sostituibile, una presenza confortante e piacevole che suscitava e irradiava un amore incondizionato: e senza questa presenza tangibile la vita ci appare meno bella!

Durante questi ultimi anni di intensificata attività medianica, abbiamo pubblicato altri due libri: l’uno nel novembre del 1982 dal titolo “Le grandi verità” l’altro nel novembre del 1983 dal titolo “La voce dell’ignoto”, corredato da tre cassette con la voci dei sette Istruttori del Cerchio.

Nel volume “Le grandi verità” ha riscosso un particola­re successo la parte curata dall’amico Pietro Cimatti, in cui egli ha riportato molte domande che i partecipanti al­le sedute hanno rivolto a Francois, ottenendone chiare ed esaurienti risposte. Saputo di questo successo, Roberto ave­va pregato Cimatti di inserire un’altra serie di risposte di Francois nel volume che avrebbe contenuto i messaggi del 1982-1983. Purtroppo, in questo volume lo spazio che dovevamo dedicare a Francois è stato preso dalle note biografiche di Roberto; ma il progetto è solo rimandato.

Il settimo volume del Cerchio, interamente curato da Pietro Cimatti, sarà il libro di Francois con le sue risposte sagge e pazienti a tutte le nostre domande più disparate; risposte che da sole costituiscono un corso “accelerato” di verità esoteriche.

Certo, sarà duro abituarci a fare a meno delle conversazioni con Francois, degli insegnamenti dei Maestri, del­le riunioni con la rassicurante presenza di Roberto, quelle riunioni che credevamo di continuare ancora per tanti anni.

Ora che ripenso a quello che è stato, mi sembra impossibile che non mi sia mai venuto il sospetto che Roberto potesse lasciarci. Io, che non avevo mai prestato molta attenzione agli oroscopi, avevo creduto in quelli che gli affettuosi amici astrologi avevano fatto per lui: tutti concordemente dicevano che Roberto sarebbe guarito. Ma forse tutto questo ottimismo veniva indotto proprio perché non creassimo intorno a Roberto un’atmosfera di tristezza, che lui certamente avrebbe captato. Francois Broussais come medico aveva una sua teoria: il malato, anche quello che può sembrare il più preparato, non deve mai conoscere la gravità della sua malattia.

E le analisi continuavano ad essere buone: tuttavia i medici che lo seguivano avevano capito che stava delineandosi ormai chiaramente quel tipo di sclerosi che non si vede dalle analisi, ma che è inesorabile.

L’ultimo aiuto che ha potuto avere Roberto è stato quello di trapassare così dolcemente prima che il suo fisico sì distruggesse ulteriormente. Non è stato mai un giorno intero a letto: fino all’ultimo ha ricevuto gli amici più intimi seduto nella sua sedia a rotelle, sempre ordinatamente vestito, ché non si e mai permesso di ricevere in pigiama o in vestaglia.

Nell’ultima riunione del 25 febbraio a casa sua, voleva che chiedessimo alle Guide il permesso di riprendere la materializzazione dell’apporto in formazione con la sensibilissima telecamera che Corrado aveva appena comprato: “Così potrei vedere qualcosa anch’io”, diceva speranzoso. Ma quel sabato le entità non si sono presentate.

La mattina del 29 febbraio alle 8,40 Corrado lo ha chiamato, meravigliato che dormisse ancora. Era in posizione rilassata, serena, gli occhi chiusi: non si è più svegliato fra noi!

Con l’amata voce di Roberto, tante altre voci si sono spente. Addio dolce Dali, volitivo e sapiente Kempis, mistica Teresa, severo Claudio, Fratello Orientale dalla voce musicale, convincente Veneziano, favoloso Michel dai magici doni, gioiosa Lilli, cortese Alan, e tanto tanto gradito amico Francois! Era dolce riunirci per attendervi, ma avremmo rinunciato volentieri alle vostre voci amiche pur di avere Roberto con noi ancora per tanti anni. Ma sano, sereno, pago di avere svolto il suo compito.

Invece tutto insieme si è taciuto. Ora è il silenzio! A tutti gli amici che l’hanno conosciuto rimane il ricordo di Roberto come uomo, sempre disponibile ma riservato, dolce ma fermo nei suoi principi, sorridente ma con un fondo di malinconia nello sguardo, modesto ma pieno di dignità, sincero ma sempre attento a non ferire.

Io ho il ricordo dolcissimo e struggente di un fratello tenero, affettuoso, comprensivo, a cui sono stata profondamente legata prima da un affetto quasi materno, poi dalla comune esperienza e interesse per le vie di conoscenze che la sua medianità ci donava.

Sono conscia del fatto che cento, mille Kempis e Dali e Lilli e Roberto, spunteranno in ogni parte d’Italia: ma non ce ne vogliate, amici spiritisti, se vi diciamo che per noi – stretti congiunti e amici intimi di Roberto – le comunicazioni medianiche hanno assolto il  compito per il quale esistono, che è quello di risvegliare il nostro essere interiore. Ora vogliamo andare avanti da soli, con l’immenso  bagaglio degli insegnamenti avuti in questi anni e con la certezza che Roberto e tutti gli amici disincarnati sono con noi. Non possiamo  pretendere di proseguire un dialogo che era giusto avesse un termine: un dialogo che ci ha profondamente arricchiti e per cui non  ringrazieremo mai abbastanza Chi lo ha voluto per noi e chi si e’ reso docile strumento per tutta una vita, senza mai chiedere nulla per  se stesso.

LUCIANA CAMPANI SETTI
Opere

DAI MONDI INVISIBILI – Incontri e colloqui
OLTRE L’ILLUSIONE – Dalle apparenze alla realtà
PER UN MONDO MIGLIORE – Un insegnamento per l’Umanità di oggi e di domani
LE GRANDI VERITÁ RICERCATE DALL’UOMO – A cura di Pietro Cimatti
LA VOCE DELL’IGNOTO
OLTRE IL SILENZIO – A cura di Luciana Campani Setti
MAESTRO PERCHÉ? – Risposte dall’invisibile
LA FONTE PREZIOSA
CONOSCI TE STESSO?
DIZIONARIO DEL CERCHIO FIRENZE 77
GOCCE DI SAGGEZZA – Luciana Campani Setti
IL LIBRO DI FRANÇOIS – Enrico Ruggini
CON AMORE PER AMORE – Nella Bonora
TESTIMONIANZE E RIFLESSIONI SUL CERCHIO FIRENZE 77  – A cura di Loreno Landi & Riccardo Giannini (Scuola del Cerchio Firenze 77)
ESSERE E DIVENIRE NELL’INSEGNAMENTO DI DALI E DEL FRATELLO ORIENTALE– A cura di Vitaliano Bilotta
IL FENOMENO MEDIANICO DEL CERCHIO FIRENZE 77 – a cura di Loreno Landi
IL CERCHIO FIRENZE 77 – UNA STORIA VERA DIVENUTA LEGGENDA (Volume 1) – di Enrico Ruggini
IL CERCHIO FIRENZE 77 – UNA STORIA VERA DIVENUTA LEGGENDA (Volume 2) – di Enrico Ruggini
IL CERCHIO FIRENZE 77 – UNA STORIA VERA DIVENUTA LEGGENDA (Volume 3) – di Enrico Ruggini
LA VITA, IL DOLORE, LE ILLUSIONI, LA SPERANZA: alla luce dell’Insegnamento del Cerchio Firenze 77 – Nico Veladiano

Fonte: http://www.cerchiofirenze77.org/Roberto/Roberto.htm

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